La mossa del cavallo una trasversalità non trasformista

La Mossa del cavallo, l’attuazione della Costituzione, le prossime elezioni politiche, la vitoria di Musumeci in Sicilia. Antonio Ingroia ne ha parlato con Giuseppe Bianca, in un’intervista per La Sicilia.

Lo scenario nazionale cristallizzato ha bisogno di lasciarsi sconvolgere. Ne è convinto Antonio Ingroia, che ha lanciato la sua nuova scommessa politica, che prova a scompaginare tutto e a rimettere in gioco le idee «spesso confuse» del centrosinistra.
Non per essere ripetitivi, ma perché ha scelto questo nome al movimento?
«Come molti sanno la mossa del cavallo nel gioco degli scacchi spiazza tutti. Quindi occorre valorizzare la trasversalità oltre gli schieramenti».
Pure lei è diventato un trasversale?
«Non nel senso comune di trasformista. È molto più complesso di come può apparire. Prendo atto e ho piena consapevolezza che la sinistra riformista ha perso quanto quella radicale, in Italia come in Europa. Il termine sinistra che ha radici nobili e importanti ha perso ogni significato riconoscibile per molti italiani. Le ragioni fondative della sinistra, concettualmente stanno nella nostra Costituzione».
Quindi, da dove pensa di dover ripartire?
«Mi riferivo alla Carta costituzionale perché era frutto di una nobile miscela di ideali democratici e di culture di provenienze diverse. Il senso rivoluzionario della nostra proposta è di tornare alle origini, conservatori e rivoluzionari al tempo stesso. Proponiamo un`alleanza tra cittadini non tra i partiti e le organizzazioni rivolgendoci al 60% del popolo dell’astensionismo, società civile allo stato puro».
La legge elettorale impone alleanze. Con chi le farete?
«Oggi non ci sono i presupposti per dialoghi e alleanze elettorali. Il Pd con il referendum voleva colpire al cuore le istituzioni. Renzi non ha cambiato linea e non è ipotizzabile nessun accordo con questo parte. L`esperimento di Bersani e Mdp di fusione con un mondo simile al nostro, quello del Teatro Brancaccio, con Tomaso Montanari e Anna Falcone è fallito. I partiti ragionano sempre allo stesso modo pensando di occupare spazi di potere. La nostra idea è una lista del popolo. Ci sono con noi Giulietto Chiesa, Franco Cardini, Vauro, l’avvocato Sandro Dioatallevi che viene dal mondo cattolico, il generale Nicolò Gebbia, il generale Fabio Mini».
Non è stato colto di sorpresa dal flop del centrosinistra alle ultime elezioni regionali…
«Per nulla. Mi spiace dire che negli ultimi tempi il Pd è attraversato esclusivamente da guerre per bande. Nel Pd rimangono solo macerie»
Ritiene conclusa la sua esperienza a Sicilia Digitale con l’insediamento del nuovo governo regionale?
«Io ho un progetto in cui credo e che ho realizzato solo in parte. L’ho sempre considerato un incarico istituzionale e non politico. Ho stima del presidente Musumeci. Veniamo da due storie politiche diverse, ma ho già avuto modo di apprezzare il suo senso delle istituzioni in occasioni degli incontri avuti quando ricopriva il ruolo di presidente della commissione Antimafia. È chiaro, la scelta spetta al nuovo presidente della Regione»