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L’intervista di Antonio Ingroia alla Gazzetta del Sud sulla Lista del Popolo, il progetto politico che lo vede tra i promotori insieme a Giulietto Chiesa, Sandro Diotallevi, Franco Cardini e altri: “Vogliamo offrire a una cittadinanza impaurita, demotivata e disillusa la possibilità di votare per un movimento in grado di difendere davvero interessi generali e diffusi, sempre sacrificati dall’attuale oligarchia politica al potere”

di Domenico Latino

Antonio Ingroia ha appena lanciato un nuovo movimento, la “Lista del Popolo”, pronto a competere alle prossime e imminenti elezioni politiche che si svolgeranno nel mese di marzo. L’ex magistrato, ora avvocato, ha fatto tappa in Calabria per ragioni di lavoro.

Dottore Ingroia, come nasce l’idea della “Lista del Popolo?”
«Dalla necessità di offrire a una cittadinanza impaurita, demotivata e disillusa la possibilità di votare per un movimento in grado di difendere davvero interessi generali e diffusi, sempre sacrificati dall’attuale oligarchia politica al potere, tanto di finta destra quanto di finta sinistra».

Ma non bastano già i “grillini” per fare la guerra alla “casta”? Che bisogno c`è di un nuovo movimento?
«Quella del M5s, forza che annovera al proprio interno tanta gente in buona fede, è una retorica sterile che finisce per rafforzare il “sistema” proprio nel momento in cui sembra colpirlo. Dire che i drammi dell’Italia, divenuta oramai una landa desolata e povera, sono “il debito pubblico”, gli “sprechi” e la “corruzione” significa occultare di fatto le vere ragioni dello sfacelo, che sono il risultato di una strategia politica piegata alle ragioni della cosiddetta austerità».

Quindi lei, che pure ha combattuto da magistrato ai massimi livelli un certo consociativismo opaco, non crede che l’Italia risorgerà tagliando la diaria a qualche parlamentare?
«Questi argomenti servono solo per distrarre la pubblica opinione. Basti pensare che la Bce ogni mese inonda i mercati finanziari con una liquidità impressionante che crea dal nulla. Al contrario, prevalgono i soliti soloni che “pavlovianamente” chiedono alla classe politica “responsabilità”. Per loro, “responsabilità” significa indurre al suicidio o alla depressione le classi povere e deboli. Per questo serve la “Lista del Popolo”, per riscattare i troppi oppressi bastonati con l’inganno da pochi oppressori».

Ma lei crede che la gente sia in grado di comprendere ragionamenti così complicati che non si limitino a chiedere consenso sulla base della diffusione di messaggi semplificati e suggestivi?
«E questo approccio elitista e anti-egualitario che contesto. Siccome agli occhi di questi poteri, il popolo è presuntivamente “ignorante”, la classe politica dovrebbe limitarsi a imbonirlo con favolette tranquillizzanti e facilmente comprensibili. E se fosse vero il contrario? E se la gente non fosse più in grado di appassionarsi alle grandi visioni del mondo proprio perché scientificamente disabituata dal sistema al “pensiero critico”? Noi non vogliamo carpire un consenso illusorio che vive di slogan. Noi vogliamo diffondere una nuova consapevolezza. È una cosa diversa se permette…».

Lei aveva già provato ad entrare nell’agone politico alle scorse politiche con il progetto di Rivoluzione Civile. Esperienza che andò decisamente male
«Prendemmo quasi un milione voti, che non è poco non siamo entrati in Parlamento solo a causa di una legge elettorale incostituzionale che ha consentito l’ingresso in Parlamento a liste che hanno preso un quarto dei nostri voti. E’ vero comunque che facemmo un serie di errori che non ripeteremo. Quel progetto venne zavorrato da una vecchia nomenclatura partitica che non era e non è più connessa con il sentire della società. La “Lista del Popolo” non è una ridotta della “sinistra parolaia e protestataria”, ma un contenitore plurale che supera gli steccati di destra e sinistra per dare rappresentanza alla categoria degli esclusi, dei precarizzati, dei lavoratori sottosalariati torturati in onore al mito della “competitività” e della vergognosa subalternità della nostra classe politica ai burocrati di Bruxelles e Francoforte».