Ingroia sul Fatto: “Regeni e il malinteso primato politico”

L’articolo di Antonio Ingroia sul caso Regeni, pubblicato sul Fatto Quotidiano di oggi, con la denuncia dell’immobilismo italiano in nome della ragion di Stato e l’appello al Parlamento, alle opposizioni, alla stampa, alla pubblica opinione a non abassare la guardia. E, soprattutto, con l’appello alla Procura di Roma affinché rivendichi “la piena giurisdizione per chiedere al governo che pressi – sul serio, con minacce diplomatiche convincenti – le autorità egiziane perché sia rispettata la giurisdizione italiana”:

 

Un anno e mezzo fa, a due mesi dall’omicidio di Giulio Regeni, di fronte all’immobilismo e all’ossequiosa prudenza del governo Renzi, denunciavo il pericolo che la ragion di Stato prevalesse sulle ragioni di verità e giustizia e suggerivo rimedi per scongiurarlo. I fatti, cioè l’ormai evidente assoluta assenza di volontà del regime egiziano di individuare i colpevoli, tra indegni depistaggi e vere e proprie prese per i fondelli, dicono che avevo ragione. Eppure allora, era l’aprile 2016, venni criticato da autorevoli magistrati che mi accusavano di disfattismo, come se stessi alimentando la falsa illusione che si potesse fare qualcosa in più di quel che si stava facendo, da loro ritenuto il massimo consentito dal diritto nazionale e internazionale. Non era così, purtroppo, e le mie preoccupazioni della prima ora stanno trovando triste conferma più di un anno dopo quel grido d’allarme rimasto inascoltato.

Cos’è successo intanto sul piano delle indagini? Meno di nulla. I colpevoli non sono stati individuati, pur essendo evidente sin dall’inizio, e ora documentato dalle “prove incontrovertibili” che, secondo il New York Times, gli Usa avrebbero passato a Renzi, che Regeni è stato sequestrato, torturato e ucciso con la complicità della sicurezza egiziana.

Il governo italiano ha alzato un po’ la voce e ha richiamato a Roma l’ambasciatore in segno di protesta. Ma era solo un po’ di scena. L’Italia si è subito acquattata buona per non rompere le relazioni con l’amico al-Sisi, definito da Renzi “un grande leader”. Né con Gentiloni a Palazzo Chigi qualcosa è cambiato. Anzi, la novità di Ferragosto – scelta infausta ma non casuale, con gli italiani distratti in vacanza – è semmai il ripristino delle “ordinarie” relazioni diplomatiche Italia-Egitto con il ritorno al Cairo dell’ambasciatore.

Una decisione inopportuna, debole e offensiva per la famiglia Regeni e per l’Italia stessa, che conferma la noncuranza con cui il governo ha affrontato la copertura degli assassini da parte del regime egiziano, specie alla luce delle rivelazioni del New York Times. Gentiloni aveva annunciato “misure immediate e proporzionali” in assenza di un “cambio di marcia” da parte dell’Egitto nella collaborazione alle indagini. E dopo il nostro articolo aveva ribattuto che “la ragione di Stato ci impone di difendere fino in fondo e di fronte a chiunque la memoria di Giulio Regeni” e che perciò “non permetteremo che sia calpestata la dignità del nostro paese”.

Parole al vento. Non c’è stato alcun cambio di marcia, anzi le cose sono peggiorate. E ora Gentiloni si è anche rimangiato il provvedimento di ritiro dell’ambasciatore. C’è ancora qualcuno che ha il coraggio di dire che il governo sta facendo tutto ciò che può e deve? Io avevo parlato, nell’articolo, di un evidente caso di prevalente ragion di Stato sulle ragioni della giustizia: oggi forse dovremmo meglio dire che sono prevalse le ragioni degli interessi che governano la politica.

Per non rassegnarsi, chi può fare qualcosa per pressare il governo a fare la sua parte? Certamente le opposizioni e le commissioni parlamentari (accertando se è vero che i Servizi segreti italiani hanno trattenuto notizie rilevanti anziché girarle alla magistratura), la stampa e l’opinione pubblica. Ma più di altri può fare la Procura di Roma rivendicando la piena giurisdizione per chiedere al governo che pressi – sul serio, con minacce diplomatiche convincenti – le autorità egiziane perché sia rispettata la giurisdizione italiana. Che significa non certo pretendere di svolgere indagini in territorio estero in modo diretto e non autorizzato dalle autorità egiziane, cosa non consentita, ma di chiedere che l’attività investigativa venga svolta sotto il congiunto coordinamento delle autorità locali e dell’autorità rogante, come normalmente avviene fra Paesi che collaborano lealmente in un’indagine seria su fatti gravissimi. Significa pretendere che i testimoni siano interrogati direttamente dalle autorità italiane, seppur con la partecipazione all’atto istruttorio delle autorità locali.

Fin tanto che ciò non avverrà con la dovuta energia anche da parte della Procura di Roma, smettendo di riconoscere un malinteso “primato della politica” che in casi come questo diventa un alibi inaccettabile, sarà impossibile fare passi avanti. Non fare abbastanza può solo determinare nei cittadini quella sfiducia nelle istituzioni e quella rassegnazione all’ingiustizia che rafforzano l’immagine d’impotenza di una magistratura sempre più in ginocchio rispetto alla sopraffazione di ragioni (politiche, diplomatiche, economiche, affaristiche, di Stato) prevalenti sulle ragioni della verità e della giustizia. Succede nel caso Regeni, è già successo troppe volte in passato. Uno Stato di diritto democratico che vuole essere degno di tale nome ha il dovere di cambiare pagina.