Il revisionismo ha vinto, Cosa nostra non esiste

L’articolo di Antonio Ingroia su Il Fatto Quotidiano di oggi:

Venticinque anni fa, mentre i cadaveri di Falcone e Borsellino erano ancora caldi, era impensabile che le stragi di Capaci e via D’Amelio avrebbero generato una tale reazione popolare di sdegno da segnare l’inizio della fine della mafia dei corleonesi. E non fu un caso se di lì a poco furono arrestati e condannati capimafia come Riina e Bagarella e complici di Cosa nostra come Contrada e Dell’Utri.

Ancor più inimmaginabile, venticinque anni dopo, che si dovesse assistere ad una così brusca marcia indietro sotto la spinta di una furia revisionista, che rischia di riportarci ai tempi bui in cui la parola mafia era tabù. Ed allora ecco che Contrada è diventato il nuovo eroe degli opinionisti à la page, che lo presentano come vittima di una condanna ingiusta per concorso in associazione mafiosa, un reato ritenuto inesistente perché la Corte Europea lo ha definito di creazione giurisprudenziale.

Una grave cantonata giuridica, è bene spiegarlo ancora una volta, trattandosi invece di un reato previsto dalla legge al pari delle altre figure di concorso (in omicidio, in rapina, in furto) quando il complice aiuta l’autore materiale del delitto: il palo non minaccia nessuno in banca, come l’autista del “gruppo di fuoco” non uccide materialmente, ma tutti rispondono dello stesso reato dell’autore della condotta tipica (il mafioso, l’omicida, il rapinatore, il ladro) perché contribuiscono alla commissione del delitto. Lo stesso vale per Contrada che non era un mafioso ma col suo contributo ha egualmente rafforzato la mafia, e quindi è stato condannato attraverso la combinazione degli articoli 110 e 416 bis, al pari della combinazione fra lo stesso art. 110 del concorso con le norme incriminatrici di omicidio, rapina, furto.

E non basta: perché i giudici europei sbagliano pure quando dicono che la giurisprudenza si sarebbe stabilizzata solo nel 1994, e quindi in epoca successiva a quella contestata a Contrada. Perché la verità è che condanne per concorso esterno risalgono perfino al 1875, mentre le oscillazioni giurisprudenziali hanno riguardato soprattutto il periodo successivo al 1991, a seguito dell’entrata in vigore del reato di “favoreggiamento mafioso” che ha fatto dubitare residuassero spazi di autonoma configurabilità del concorso esterno, poi confermata dalla cassazione a sezioni unite nel 1994. Incertezze interpretative sorte quindi in un periodo ben successivo alle condotte contestate a Contrada.

Sorprende che in Cassazione non se ne siano resi conto dato che altra sezione della stessa Corte aveva già contestato e corretto la sentenza europea. Il neorevisionismo imperante sta avvolgendo pure la cassazione? Prima le aperture alla scarcerazione di Totò Riina, poi la campagna di stampa in favore dell’altro condannato eccellente di questa stagione, Marcello Dell’Utri, dichiaratosi addirittura prigioniero politico. E i boss tornano a sperare nella revisione delle loro condanne. Se non esiste il concorso, per l’inesistenza dell’associazione mafiosa il passo è breve.

Ed intanto la mafia rialza la testa. Si torna a sparare per le strade, e tornano a fioccare gli omicidi e le intimidazioni. A magistrati, prima Di Matteo ed ora il giudice Nicola Aiello. A giornalisti come Salvo Palazzolo. Ed a parlamentari come il senatore M5S Giarrusso, finito nel mirino del boss Giuseppe Graviano perché artefice di una intransigenza antimafiosa assai rara in quel consesso. E così, l’avere staccato la testa al busto di Giovanni Falcone ha il sapore dell’atto simbolico di sfida, più che del vandalismo.

La mafia avverte che il vento è cambiato e si fa sentire riemergendo dalla fase della sommersione.