Dell’Utri & C. stiano sereni: la condanna non è in discussione

L’articolo di Antonio Ingroia su Il Fatto Quotidiano di oggi sulla sentenza della Cassazione riguardo al caso Contrada:

Bruno Contrada è colpevole del reato di concorso esterno in associazione mafiosa ed è stato perciò condannato in via definitiva a dieci anni di reclusione. Questo punto fermo non è stato per nulla intaccato dalla sentenza della Cassazione che tanto clamore ha destato ieri. E’ bene che sia chiaro a tutti e che non si cerchi di rovesciare la realtà, fattuale e processuale. Perché, come da abusato copione, l’informazione e la politica ufficiale hanno subito brandito in modo indegno quella sentenza per proclamare l’innocenza di Contrada. Una innocenza che nessun giudice, neppure la Cassazione, ha mai dichiarato. Ribadendo, anzi, il contrario.

Certo, la decisione della Cassazione sconcerta, perché i giudici hanno dichiarato ineseguibile una sentenza di condanna che non hanno revocato e che quindi rimane ferma nella sua dichiarazione irrevocabile di colpevolezza. Aspettiamo le motivazioni per capire meglio, ma dalla lettura del dispositivo una cosa è certa: la Suprema Corte si è pronunciata su un mero “incidente di esecuzione”, che non entra nel merito della condanna che resta irrevocabile, e si è limitata a prendere atto della pronuncia con cui la Corte Europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia a un risarcimento in favore di Contrada, perché, secondo i giudici di Strasburgo, era stato condannato per un reato, il concorso esterno, oggetto di troppe oscillazioni giurisprudenziali, al punto che l’imputato all’epoca dei fatti non potesse rendersi conto dell’illiceità della sua condotta.

Ho già definito stupefacente quella sentenza della corte europea, essendo palesemente assurdo affermare che un alto funzionario dello Stato possa essere inconsapevole della illiceità del fatto di tradire lo Stato per trescare con la mafia. Resta comunque il fatto che né la Corte Europea né la Corte di Cassazione di Roma hanno mai riconosciuto che Contrada fosse innocente né tantomeno hanno revocato la sentenza di condanna ed è sbalorditivo che la stragrande maggioranza degli organi d’informazione sostenga il contrario, contro ogni evidenza.

Si rassegnino allora quelli che vorrebbero strumentalmente usare la sentenza della Cassazione, come già avevano tentato di fare con la pronuncia della Corte Europea, per rimettere in discussione la condanna definitiva di Marcello Dell’Utri e degli altri complici della mafia anch’essi condannati con sentenze definitive e che stanno scontando la loro pena. Perché è fin troppo chiaro che il trambusto mediatico che si è fatto in passato, che si fa oggi e che sicuramente sarà fatto in futuro riguarda Contrada, ma si preoccupa di altri. A cominciare da Dell’Utri: lo si vuole tirare fuori dal carcere nel timore che possa raccontare i tanti segreti che ancora custodisce sui rapporti che per anni Cosa Nostra ha tenuto con un certo mondo della politica e dell’imprenditoria, in particolare su quelli, mai chiariti, con Silvio Berlusconi.

Del resto, a quella condanna non si è arrivati per accanimento giudiziario, come pure vaneggiano in tanti. E’ un fatto inoppugnabile che nonostante i ripetuti appelli, gli innumerevoli ricorsi in Cassazione e alla Corte europea, circa una quarantina di giudici italiani – tra giudici per le indagini preliminari, giudici del Tribunale della Libertà di Palermo, giudici della Cassazione in sede cautelare, giudici del Tribunale di primo grado di Palermo, giudici della Corte d’Appello di Palermo e ancora giudici della Cassazione, hanno riconosciuto prove granitiche di colpevolezza e per questo Contrada è stato condannato a pena definitiva.

Una convergenza di elementi di natura eterogena solidissimi: dichiarazioni, tutte accuratamente riscontrate, di tanti collaboratori di giustizia di primissimo livello come Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Salvatore Cancemi; testimonianze autorevoli e al di sopra di ogni sospetto come quelle dei compianti giudici Antonino Caponnetto e Mario Almerighi, dell’ex procuratore federale svizzero Carla Del Ponte, di alcune vedove di mafia come Gilda Ziino, moglie dell’industriale Roberto Parisi, e Laura Cassarà, moglie del capo della squadra mobile di Palermo, uno dei tanti poliziotti uccisi anche a causa dell’isolamento in cui si sono trovati per colpa di funzionari dello Stato infedeli come Contrada.

E, ancora, diverse prove documentali dei trattamenti di favore nei confronti di mafiosi, come il rilascio della patente ai boss Stefano Bontate e Giuseppe Greco, dei segreti d’indagine rivelati a Cosa Nostra. Fatti, non congetture. Tutti puntualmente dimostrati. Ora si vuol far passare Contrada per una povera vittima innocente costretta a farsi dieci anni di ingiusta galera. Ma la verità è un’altra ed è quella scritta nelle sentenze di condanna, che né la Corte Europea dei diritti dell’uomo né la Cassazione hanno messo in discussione.